Archivi del mese: dicembre 2010

Natale a testa in giù

Ebbene sì, nonostante i 30 gradi, la spiaggia, e il sole battente, pare proprio che il 25 dicembre sia Natale anche qui.

Però, prima che vi racconti quanto sia strano incontrare gente sorridente augurare “A merry Christmas!” in costume da bagno, vi devo aggiornare sugli ultimi avvenimenti e sui mille stati d’animo che si sono susseguiti dentro di me.

Tutto è iniziato giovedì mattina. Ero in negozio, e per l’ennesima volta ero con un cliente cercando di vendere un vestito quando uno dei miei colleghi più anziani mi balza davanti e mi soffia l’affare..la scusa è sempre la stessa: io non ne so niente di vestiti da uomo, e se il cliente se ne accorge se ne va e noi lo perdiamo. Ok, ma allora insegnatemi! Ho ingoiato miliardi di pagine negli ultimi 5 anni, ho imparato ogni codice, ogni articolo, ogni comma..potrò ben imparare come si prendono le misure per accorciare un paio di pantaloni! “No. It takes time!” – Ci vuole tempo ed esperienza..ma esperienza di cosa??Tempo per cosa??-

Insomma, la frustrazione era alle stelle..una vocina ha iniziato a girare in testa..mi chiedeva chi me lo faceva fare di stare lì a recitare la parte della rimbecillita, mi ricordava chi ero e, soprattutto, mi ammoniva circa il grande pericolo di perdere tempo..tanto sforzo per finire l’università in 5 anni precisi, per poi finire a portare piatti sottopagata e a vendere magliette…

Poi però ho fatto tacere la vocina, dicendole che questo è il mio sogno che si sta realizzando, e che devo solo tenere duro un po’ per avere i soldi sufficienti a permettermi un periodo di viaggio puro.

L’avevo quasi convinta, quando alla sera mi chiamano dal ristorante.

Il manager mi aveva già chiamato qualche ora prima per dirmi che non avrei lavorato la sera stessa, ma che la sera di capodanno avrei dovuto presentarmi lì alle 14.30 perchè c’era da preparare tutto. Nessun problema, ho cambiato gli orari al negozio e mi sono preparata per una serata off.

Insomma, il manager mi richiama e mi dice che c’è stato un cambiamento di programma, e che non avevano più bisogno di me la sera di capodanno. Ci saremmo risentiti nell’anno nuovo per i week end.

Non ci ho più visto. Tutti i codici, articoli e commi macinati in questi anni sono esplosi in un’immagine molto chiara: “sfruttamento del lavoratore, parte debole contrattuale”.

Gli ho fatto ben presente che a me la storia della “cancellazione improvvisa del programma” non me la davano a bere, che se avevano intenzione di licenziarmi lo dicessero chiaro e tondo, e che, comunque, era altamente poco professionale, per non dire illegale, lasciare a casa un lavoratore senza preavviso, per di più a una settimana da capodanno , quando ormai è impossibile trovare un altro impiego. Ho aggiunto che tanto a loro non poteva interessare, perchè tanto loro nell’illegalità ci sguazzavano. Dalle decine di camerieri e cuochi non in regola,pagati dai 9 ai 12 dollari l’ora, quando il minimo sindacale australiano ‘ 15 $, ai  turni di  10, 11 ore senza pausa, a volte senza mangiare. Senza contare che ancora io li devo vedere i soldi delle 2 settimane passate (qui la retribuzione è settimanale), con tanto di mance arretrate.

Per concludere ho gentilmente fatto presente che a me essere presa in giro non piaceva proprio, che ad andare all’ufficio tasse e denunciare la situazione io rischiavo solo l’espulsione per aver lavorato in nero, che loro avevano molto di più da perdere.

Insomma, non mi sono risparmiata.

Ho passato la mia prima serata libera dopo 2 settimane in preda ad una crisi isterica. La vocina che avevo messo a tacere è tornata a farsi più forte, e a tutte le questioni precedenti aveva aggiunto il non irrilevante particolare che ero riuscita a farmi sfruttare da degli italiani in Australia. Le premesse non erano certo le migliori. E ancora dubbi sulla mia scelta, su tutto.

Alle seghe mentali si è aggiunta una malinconia straziante data dall’assenza del Natale.

Il Natale è la mia festa preferita fra tutte le feste. Ho sempre adorato le illuminazioni nelle strade, la ricerca sfrenata dei regali, le bancarelle,il panettone, l’albero, il presepe, le cene tra amici e,soprattutto, il pranzo e la cena di Natale con la mia famiglia.

L’idea di non avere il Natale   mi ha dato un senso di vuoto che mai avei immaginato di provare. Per la prima volta da quando sono qui mi sono sentita davvero sola e spaesata.

Così ho passato la sera della vigilia in una condizione di limbo, di non vita, di non Natale. (C’è la  possibilità che mi si siano anche leggermente inumiditi gli occhi ma, ovviamente, io lo negherò sempre).

Date le premesse non mi aspettavo molto dalla giornata di oggi, Natale appunto.

Sono uscita di casa molto presto e, in una Sydney insolitamente deserta e silenziosa, con la Manu (una ragazza di Firenze conosciuta qui) e un altro ragazzo, sono salita su un treno vuoto. Destinazione Cronulla, una spiaggia ad un’ora a sud di Sydney.

Sarà che davvero il sole e il mare sono sempre la migliore medicina contro la malinconia, ma appena mi sono tuffata nell’oceano mi sono sentita rinascere.

La spiaggia di Cronulla è bellissima. E’ lunghissima, ma soprattutto, ci sono le dune di sabbia! Ci è voluta una mezz’oretta di cammino , ma alla fine le abbiamo scalate, sembrava davvero di essere nel deserto. Eravamo ad un’ora dalla città, eppure lontani da tutto. Splendido.

Sulle dune ho riscoperto il motivo per  cui sono qui.Voglio girare e viaggiare per questo paese meraviglioso, con una natura ancora in grado di imporsi sulla civiltà, che sbuca fuori quando meno te lo aspetti. Finalmente, dopo tanto tempo, ho avvertito di nuovo il brivido dell’avventura. E’ proprio dietro l’angolo, manca poco.

Ah, ho anche preso un gelato da un carretto dei gelati, di quelli che si vedono nei film. E l’omino che ci lavorava dentro (un greco di nome Tim, che mi ha augurato ogni bene, e che alla fine ha offerto il gelato a tutti e tre) metteva la granella di nocciola sul gelato con le mani! Zozze, ovviamente! 😀

Mi sono tornati in mente ricordi felici di alcuni tacos recuperati su una superstrada di Città del Messico, e mi è tornato il sorriso.

Ho anche quasi sentito l’atmosfera del Natale…ora sono a casa che mi ascolto “So this is Christmas, war is over” ( o come si chiama) e sorrido.

Alla prossima,

MADdy Christmas

Quotidianità

Non ho più aggiornato il blog perchè, in effetti, da quando ho ottenuto il lavoro al ristorante, non è più successo niente di memorabile. O meglio, le giornate sono talmente piene che scorrono veloci una dopo l’altra senza lasciare il segno.

Sembra però che il mio blog abbia qualche fan, e siccome sono stata coperta di lusinghe ed esortazioni a scrivere un nuovo articolo, eccolo qua. Vi parlerò della monotonia delle mie giornate, l’avete voluto voi! 🙂

Iniziamo con la situazione casalinga:

Ho imparato il nome di quello che vive nel salotto e anche quello di un altro tizio della casa, gli altri due uomini per me rimangono soprammobili.

Tra le mie coinquiline una sola mi è davvero simpatica. E’ una ragazza di Parigi, bellissima, e usicre con lei è una garanzia: chiunque ci offre da bere!!E la cosa figa è che essendo tutti concentrati su di lei, io non ho basti, e mi becco i drink! Mica male eh!!

L’altra francese è inquietante. A volte parla, a volte no. Nel senso che tu le parli e lei ti guarda ed emette un gemito. Mah.

Ma, a proposito di versi, quella che sopporto di meno è l’australiana. Sembra un animale. ancora non ho deciso che animale, ma potrebbe tranquillamente essere un incrocio tra un panda gigante e una mucca. Si, perchè muggisce. Giuro! E ha un accento che ricorda quello bergamasco..e una voce roca che mette i brividi. Mi irrita, ecco. Ovviamente anche lei non mi può vedere. C’ è una piccola battaglia di dispettucci in corso..

Ma veniamo al primo lavoro: il negozio di abbigliamento.

Il mio collega preferito è un giapponese con un background londinese. E’ convinto di essere chic solo perchè ha vissuto in Europa, ma gira con un orologio d’oro giallo con diamanti incastonati..ne vogliamo parlare???Ma io lo adoro: un giorno c’era un cliente un po’ rompiballe, di quelli che ti fan tirare giù tutto e poi non comprano niente..il giappo arriva da me e mi fa, in perfetto italiano: CAGACAZZO! Idolo!!

Ok, vi state annoiando. Vi parlerò allora del ristorante, tanto per fare un po’ di audience (si scrive così?)

Sono letteralmente negata. Non ho ancora capito bene come funzionano i numeri dei tavoli, tanto che ogni sera, prima di iniziare, mi disegno la mappa della sala su un blocchetto con tutti i numeri e i posti. Ma fosse solo quello.

Portare i piatti in maniera decente  è praticamente impossibile, tanto che ho subito rinunciato all’utopia delle tre portate alla volta..mi limito a due, a volte anche una..tant’è che il manager una volta si gira e mi fa: “Marta it looks like you are carring on Gesus Crist!” Volevo morire.

La sfida maggiore è, ovviamente, costituita dalla delicata operazione del versare il vino. Un incubo. Non ne ho ancora azzeccata una, ogni tentativo si risolve in una macchia sulla tovaglia immacolata, tant’è che lo stesso manager di cui sopra mi ha interdetto dal servizio del vino rosso. E per sottolineare la cosa, ha indicato un decanter e ha detto: “lo vedi quello? Per te è un soprammobile!”

Duro colpo alla mia autostima.

Un altro momento di panico è costituita da quando escono mille piatti tutti insieme, tutti sfrecciano sicuri verso il tavolo destinatario, mentre io me ne sto lì, a cavallo di una crisi respiratoria, che cerco di decifrare la mia mappa prima che qualcuno se ne accorga e mi copra di insulti.

Che vita.

Ma non pensate che io non abbia escogitato un piano di fuga..dovete sapere che in ogni ristorante che si rispetti, le posate e i piatti vengono lucidati con acqua calda e alcol, uno a uno, dopo essere stati lavati. Ebbene, quella che potrebbe sembrare la più tremenda delle punizioni, è diventata la mia salvezza. Appena passato il momento di punta, mi chiudo nel retro con le mie posate. La mia tana! Nessuno che sclera e, soprattutto, nessun rischio di dover versare il vino!Perfetto!

In tutto questo però devo dare una lode agli australiani. Non si lamentano mai, neanche quando gli innaffio la tovaglia di vino, o gli porto il dessert senza aver tolto i fagiolini dal tavolo. Basta un sorriso ed è tutto a posto. Addirittura sta sera una signora si è complimentata con me per l’ottimo servizio (Eh???) e quando si è alzata mi ha abbracciata!

Sono queste le cose che, nonostante tutto, mi fanno pensare che forse ho fatto davvero bene a venire in questo paese.

Vi avevo avvisato che questo post non sarebbe stato particolarmente avvincente, ma, cosa vi potete aspettare dopo 16 ore di lavoro no stop?

Alla prossima!

Mad, the cuttlery queen.

 

 

Impossible is nothing

Vi avevo lasciato col buon proposito di trovarmi un secondo lavoro, ebbene, l’ho trovato!! Ieri sera, dopo 2 ore di prova, sono stata ufficialmente assunta come cameriera! Smettete di essere sorpresi, io lo sono di più, anche perchè lavorerei in un ristorante molto elegante in un quartiere molto residenziale di sydney!

Ora vi racconto come è andata.

Qualche giorno fa, in una domenica uggiosa, mi sono messa a fare un possibile itinerario di viaggio a zonzo per l’australia. Ho realizzato che ci sono posti bellissimi appena fuori sydney, che aspettano solo di essere visti. Poi, da brava scolaretta, mi sono messa a fare un calcolo approssimativo delle spese:Troppe. E del mio stipendio da commessa: Troppo poco. Ergo, urgeva secondo lavoro. E che fosse serale.

Mi sono messa a rispondere all’impazzata a tutti gli annunci di ricerca del personale possibili e immaginabili, inclusi, ovviamente, quelli che richiedevano “personale da sala con esperienza”.

Bene, chiunque mi conosca un po’ sa che ho un sacco di qualità, ma che la manualità e la grazia non rientrano tra queste. Posso disincastrare un cucchiaino da un barattolo di miele senza l’uso delle mani (è successo), ma se si tratta di avere a che fare con bicchieri di cristallo, e servizi in porcellana, è meglio che io stia alla larga. (la signora tedesca che qualche anno fa aveva avuto la pessima idea di sedere al tavolo accanto al mio al ristorante, beccandosi un bicchiere di vino rosso sulla schiena, ne sa qualcosa).

Ma, come si dice, in tempo di guerra ogni buco è trincea, e il lavoro da cameriera è l’unico che mi permetta di lavorare alla sera. (per fare la barista, altro mestiere da inventare comunque, mi servirebbe un certificato che non ho).

In ogni caso, quando il proprietario di uno dei ristoranti a cui avevo giurato di avere anni di esperienza nell’hospitality mi ha chiamato per fare una prova, sono caduta nel panico.

Un conto sarebbe lavorare in una pizzeria, un altro è un ristorante a modo, con un’etichetta da seguire, con tanti bicchieri pronti a cadere per terra, con tanti piatti giganti e pesantissimi da portare, senza muovere le composizioni di salse al loro interno e, soprattutto, tanto vino da continuare a versare nel caso i bicchieri non si fossero rotti prima. AAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!!!!

Urgeva piano di battaglia.

Così, ho chiamato Ale, un nuovo amico conosciuto qui, con una decina di anni di esperienza nei migliori ristoranti del mondo, ha addirittura gestito un hotel. La persona più qualificata per trasformarmi in una cameriera nel giro di un’ora e mezza.

Mi sono precipitata a casa sua e, con una pazienza magistrale, Ale mi ha spiegato tutti i segreti del mestiere, da come portare i piatti, a come sparecchiare. Ha anche inscenato una simulazione di ristorante, apparecchiando la tavola per quattro, e invitando le coinquiline a sedere, mentre io dovevo servire invisibili quantità di approvvigionamenti. Per rendere il tutto più verosimile ha anche riscaldato un piatto..tanto per abituarmi alla dolce sensazione della ceramica incandescente sulle dita! Ovviamente venivo caziata ad ogni errore.

Prima di uscire ero in grado di portare ben tre piatti senza farli cadere e di versare il vino (nel bicchiere ovviamente). Tuttavia sapevo di essere ben lontana dall’essere accettabile.

Col cuore a mille mi sono diretta verso il luogo della verità. La mezz’ora d’aria gelida sul traghetto non ha di certo aiutato, ma allo sbarco, un signore conosciuto a bordo mi ha dato un passaggio fino al ristorante, il che mi ha fatto riflettere sul sentimento della pietà. Magari ne avrebbero avuta anche i miei potenziali datori di lavoro.

Mi sono data una calmata, ho sfoggiato il miglior sorriso di repertorio, e mi sono presentata al proprietario del ristorante.

Cercavo di ostentare un’aria sicura, mentre Dan mi spiegava i doveri della serata: servire da bere e portare piatti, per il momento niente ordini da prendere. Perfetto! L’unica cosa che potevo fare quasi decentemente non me la fanno fare.

In compenso i bcchieri di cristallo mi guardavano minacciosi, pronti ad infrangersi tra le mie mani.

Nel giro di un’ora il ristorante si è riempito completamente, ognuno aveva un compito, e lo eseguiva alla perfezione, io eseguivo gli ordini impartitimi, cercando di fare meno danni possibili.

Ebbene, verso le nove il proprietario mi prende da parte e mi fa: allora quand’è che puoi venire? Siiii!!!! Ho vintooooooooo!!!!!!!!

Si vede che non si è accorto del momento in cui sono andata a sbattere contro un vetro con un piatto in mano, convinta di aver aperto la porta finestra (l’avevo chiusa), con i clienti sbellicati dalle risate dall’altra parte. Non si deve essere nemmeno accorto quando la tovaglia immacolata è diventata rossa mentre cercavo di versare del vino ad un’anziana signora, e neanche di quando ho inavvertitamente sbattuto un piatto in testa ad un cliente mentre pretendevo di servirlo.

Le stelle devono essere dalla mia parte!

Ero talmente felice e soddisfatta di me che non mi è neanche pesato aspettare per un’ora e un quarto il traghetto che mi riportasse in città.

Ciaoooo

WaitressMad